WOW: Wall Of Words (Liceo Sigonio)

Oggi, ho ascoltato le lacrime di Aurelia

Maggio 7, 2008 · Nessun Commento

Oggi, mentre tornavo a casa da scuola, ho deciso di non ascoltare la musica.Mi sono tolta le cuffie dalle orecchie e ho camminato lungo il viale.

Avevo deciso di ascoltare il rumore delle macchine, i passi della gente, le urla dei vecchi al bar e le bestemmie dei ragazzi che perdono a biliardino.

Ho deciso di ascoltare le lacrime silenziose di una madre, dopo una settimana di pace.

Ho deciso di ascoltare i consigli di una madre che lascio spesso fuori dal mio cuore che non si scalfisce mai.

Ho ascoltato mia mamma che da tanto tempo non sentivo dentro.

Ho scelto di smettere di modellare il suo cuore di pongo, e di lasciarlo così, com’è…

Ho deciso di ammorbidire il mio.

Oggi ho scelto di ascoltare una madre che tra poco inizierà una cura di chemio.

Oggi ho sentito tutto il bene e l’amore che potrei provare per lei.

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Ragazzi alla finestra (Caterina Montorsi)

Maggio 3, 2008 · Nessun Commento

ragazza alla finestraQuest’estate un paio di prof. – che non vanno nemmeno tanto d’accordo fra loro – mi hanno fatto leggere un vecchio romanzo ottocentesco: Madame Bovary.

Emma Bovary, donna insoddisfatta che anela alla felicità, è l’artefice del bovarismo, quel sottile stato di insoddisfazione determinato dal conformismo e accompagnato dal desiderio di evasioni mondane, sentimentali o intellettuali. Emma è alla “continua ricerca di un sogno, di un uomo, di se stessa”. La sua vita è una prigione, fatta di desideri irrealizzabili e sogni irraggiungibili.

Mi piace accostare l’immagine di Emma, affacciata alla finestra, che guarda verso l’orizzonte e sogna l’arrivo di un elegante principe, a quella di Gustave – il suo amante occasionale - rinchiuso nel suo studio, indaffarato a scrivere, annotare, comporre. Entrambi vogliono evadere da una mediocre esistenza. Sono stanchi, angosciati, frustrati, a causa della psicopatologia della vita quotidiana.

Ma questa sensazione di non riuscire a vivere nella calma ovattata della banalità provinciale riguarda molte più persone di quante si possa immaginare.

Il bovarismo, infatti, è stato definito la “malattia del secolo”. Una malattia determinata da una crisi dei valori che, con il passare degli anni, si accentua. Dalle piccole borghesi dell’Ottocento alle disperate housewife” dei nostri giorni.

Ed anche noi adolescenti non possiamo dirci immuni da questa sottile infezione. Vuoti, annichiliti, bruciati, spezzati. Privi di ogni interesse e senza passioni ci rifugiamo nelle discoteche, dentro un bicchiere di Vodka alla fragola, tra i corridoi di affollati centri commerciali.

Se Emma avesse 18 anni oggi, probabilmente la ritroveremmo intrappolata in un paio di “Upstar” mentre balla in discoteca, per poi tornare nella sua stanza ad ascoltare i Nirvana. Sarebbe una contraddizione continua, come me, come noi. Perché nessuno sarà mai soddisfatto della propria vita, ma se lo ammettessimo non avremmo più niente per cui andare avanti.

Così rimaniamo affacciati alla finestra.

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Straniera nella nebbia (Giulia Menegatti)

Maggio 3, 2008 · Nessun Commento

ragazza madreDomenica, 4/11. È iniziata come una serata assolutamente tranquilla e questa sera io ero di turno in emergenza.
Sono entrata in sede e mi sono appollaiata sulla solita sedia nel solito angolino, dopo aver firmato il solito registro delle presenze. Una specie di appello. In una sera diversa dalle altre. Aspettando le ragazze per la riunione pre-stage.
Ma il telefono bianco, quello che non dovrebbe mai suonare, quello che mi fa sussultare, che fa accendere l’ambulanza si mette a suonare. E io lo maledico perché significa che qualcuno ha bisogno di noi perché sta male e nello stesso tempo manca meno di mezz’ora all’appuntamento in sede con le ragazze.
Io vado nel panico come mio solito. Ma i ragazzi dell’equipaggio d’emergenza mi tranquillizzano come al solito.

E così partiamo in sirena verso una via introvabile. Diversamente dalle altre sere ci mettiamo 40 minuti per trovare la via. Quando raggiungiamo la strada troviamo una donna che ci viene incontro. Quando è illuminata dai fari dell’ambulanza mi rendo conto che è solo una ragazza. Avrà neanche 30 anni. Ci dice che è lei che ha bisogno di aiuto. La facciamo salire e chiediamo cos’è successo come di “protocollo”.

Ha le guance rosse e gonfie, piange ed è spaventata. Indossa una maglia rosa, sotto una tuta blu, sotto un giaccone nero. È rumena. Quando preparo il defibrillatore per prendere i parametri come di “protocollo” . Sento i ragazzi che le fanno le domande di “protocollo”.
Lei risponde solo.”Mio marito mi ha picchiata”.

Ma no, non è tutto…

Sotto il giaccone, sotto la tuta blu, la maglia rosa sottolinea la curva di un pancione che mostra una gravidanza di 6 mesi e mezzo.

”Non sento più il bambino”.
Questo non è di “protocollo”.

In altri casi avremmo verificato il suo stato di salute e comunicato con Modena soccorso. Ma qui non c’era niente da comunicare.
E così ci guardiamo negli occhi noi tre dell’equipaggio e l’autista.

Qual è il modo migliore per aiutare questa donna?
Mi metto a sedere accanto a lei mentre aspetto una risposta da qualcuno. La mia mano sotto i gunti blu prende la sua e la stringe. La stringe per tutto il viaggio. Fino a quando non arriviamo al Policlinico. Mentre si aprono le sbarre che come di “protocollo” ci permettono di entrare arriva la mia risposta.

”La cosa migliore da fare è l’unica cosa che hai fatto.”
Parlo con l’infemiera mentre il mio collega spinge la carrozzina con sopra la ragazza fino al reparto di ginecologia.

Poi me ne torno tutta zitta in ambulanza e compilo il modulo dei dati come al solito mentre ripercorriamo la strada per tornare a casa. Passo il resto della serata con le ragazze a parlare dello stage e con l’equipaggio. Tutto prosegue fra chiacchiere e risate ma a differenza delle altre sere, come invece dovrebbe essere, non riesco a staccarmi dallo sguardo di quella ragazza, dalle sue parole, dalla sua mano…

Noi non possiamo sapere più niente di loro. Tutto quello che possiamo fare lo facciamo dentro a quell’ambulanza. Poi deve tornare tutto come prima, per noi.
Certo, un inizio stage davvero insolito…

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Lascia che sia la sera (Sara Messori)

Maggio 3, 2008 · Nessun Commento

bacio

“Chi fa niente tutto il giorno, ha diritto per lo meno a svagarsi di sera, ma viene un momento, certe volte, che una ha paura del tempo che passa, e non sa più se val la pena di correre tanto” (La bella estate - Cesare pavese). È gia da qualche mese, cinque per la precisione, che temo l’arrivo della notte… Sinonimo di oscurità e paura… Io cerco di addormentarmi, ma la mente rimugina il passato… Scava fino a raggiungere il cuore, iniziandolo a calpestare… “E quei ricordi mi ricordano una puntina che graffia un disco. Ecco perché non bisognerebbe mai lasciarsi cullare dalla speranza. Ecco perché bisognerebbe sempre vedere il bicchiere mezzo vuoto. Così quando tutto sfuma, non si è tanto devastati.” (Piccole confusioni di letto- Emily Giffin).

L’unica cosa che riesco a fare è accendere la mia lucina rosa shocking ed aprire il libro riposto sul comodino… Mi immergo, così, in una storia d’amore… è da cinque mesi che leggo solamente romanzi rosa… Perché voglio cercare un po’ di speranza… La speranza che tutto torni come prima…

Ma “la parte razionale” mi ordina di smetterla… Smettere di vivere tra sogno e realtà… Devo prendere una posizione, ma sembra più semplice convivere con il dolore, piuttosto che combatterlo. Ad ogni fine giornata faccio il punto della situazione.. Fermo il tempo per riflettere… E ho paura… Tanta paura… Perché ho bisogno di lui… In tutto e per tutto…

Ma mi ha abbandonata… Ed ogni sera mi accorgo di essermi persa e di amare il buio… Dov’è finita la mia determinazione?

“Le canzoni e i libri riescono a farti rivivere certi momenti più di qualsiasi altra cosa. È incredibile quante cose possono essere evocate da qualche nota di una canzone o da una citazione. Una canzone alla quale allora non avevi neppure fatto caso, una frase della quale non sapevi neppure che avesse un senso particolare.” (Piccole confusioni di letto- Emily Giffin).

Ma la voglia di vivere c’è sempre e non se ne andrà mai… Devo solamente riuscire a spostarmi dalla porta che mi si è chiusa, e imboccare quella che mi si è aperta… Perché esiste, ma io sono ferma dalla parte opposta… bloccata dai ricordi… E intanto il tempo scorre… Cerco di riempirlo nel miglior modo possibile… E ci riesco… veramente… Ma come colmare il vuoto della notte? Per ora la soluzione non esiste…

E allora lascio che sia la sera… Lascio a lei l’indiscutibile scelta di come sarà il mio umore… Lascio a lei la scelta di farmi sorridere o piangere… Per un po’ voglio che il tempo mi “scorra” addosso… e il giorno in cui il dolore finalmente passerà, sarò pronta ad oltrepassare quella nuova porta…

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Una fragile giovinezza

Maggio 2, 2008 · Nessun Commento

Ecco come Cate racconta la fragilità della giovinezza.

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Uno stage di classe!

Maggio 2, 2008 · Nessun Commento

Ecco il racconto di cate sulla sua settimana a Montpellier!

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E se lui fosse un metalmeccanico? (Diletta Mazzitelli)

Aprile 27, 2008 · Nessun Commento

E. G., anni 28, professione show girl (!); F. B., anni 57, professione imprenditore, team manager e chissà cos’altro: fra loro l’amore più puro, sincero e disinteressato.

Li accomunano interessi, esperienze, il progetto di una lunga vita insieme.

E se lui fosse stato un metalmeccanico che lavorava alla Renault invece di esserne il direttore sportivo, siamo sicuri che lei l’avrebbe trovato così affascinante?

È dalla notte dei tempi che il ruolo della donna è stato principalmente quello di occuparsi della prole e della maggior parte delle questioni domestiche, a causa delle lunghe e continue cure che l’allevamento dei cuccioli d’uomo richiedeva, mentre l’uomo aveva il ruolo di procurare quanto serviva per vivere con la caccia e di edificare le abitazioni .

Lo stratagemma della natura chiamato amore serviva come collante per tenere unita la coppia e difendere l’uomo dalle eventualità che nella sua assenza qualcun altro attribuisse il suo patrimonio genetico alla prole e la donna dal rischio che l’uomo rinunciasse a lavorare per procurare ciò che serviva per il suo sostentamento o lo facesse per qualcun’altra.

Sono passati migliaia di anni, ma al fondo dell’attrazione fra uomo e donna non è cambiato molto: le caratteristiche del maschio che in varie forme colpiscono le donne sono tutte quelle che definiscono un qualche privilegio nella scala sociale che le garantisca la sicurezza dei mezzi di sostentamento: l’agiatezza economica, il potere politico o sociale, alcuni talenti (sportivi, artistici, musicali ecc).

Solo in alcune società e negli ultimi anni, con il progredire della indipendenza delle donne e della aumentata complessità dei ruoli sociali, le donne hanno inserito tra le caratteristiche ricercate in un uomo l’aspetto fisico, la giovinezza e un carattere amabile e leale, talvolta anche a scapito di potere e posizione economica .

Allora , cari E. e F., auguri, tantissimi auguri! Dalla preistoria a voi non è passato poi così tanto tempo…

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Grammatica maschilista (Elisa Frigieri)

Aprile 27, 2008 · Nessun Commento

Si è appena consumata la festa più odiata da noi zitelle: san Valentino, non senza trascinare con sé la consueta marea di cuori infranti e danni amorosi vari. Potevamo forse noi, damigelle di

Smool, non utilizzare il nostro ritaglio di visibilità per vendicarci amaramente dell’odiato Santo?

Assolutamente no: ecco quindi che oggi, per cominciare, passiamo in rassegna i torti e gli scempi che la grammatica italiana, come poche altre lingue al mondo, infligge quotidianamente alla natura femminile. Vi sarete accorti di come negli insiemi di più persone di diverso sesso si utilizzino per comodità aggettivi esclusivamente maschili, o di come certe professioni, specie in ambito giuridico, non abbiano il corrispondente femminile (avvocato, magistrato…) e abbiano anzi nel parlato una connotazione quasi dispregiativa (provate a consigliare a una ragazza di andare a fare l’ “avvocatessa”, credendo di farle un complimento); addirittura espressioni maschili che piegate alle esigenze del gentil sesso diventano veri e propri insulti. Per riportare i casi più eclatanti provate a fare il paragone tra: ometto e donnetta, uomo pubblico/donna pubblica, intrattenitore/intrattenitrice, scapolo/zitella, e per finire tra la figura di un cubista, brav’uomo dedito alle arti visive che ama scomporre i soggetti in più parti, e quella meno sottile e raffinata di una cubista.

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Il sesso delle scuole (di chi?)

Aprile 27, 2008 · Nessun Commento

Nel 2008, a Modena, una città moderna, aperta e attenta alle pari opportunità, esistono ancora scuole di sesso femminile. Io appartengo ad una di queste, il Liceo Sigonio, che offre una valida preparazione nell’ambito delle materie umanistiche e in particolare delle Scienze Sociali. Incredibilmente viene ancor oggi chiamato da molti Istituto Magistrale e considerato tale: questo pregiudizio è radicato maggiormente negli adulti, ma forse anche un po’ nei ragazzi.

Simile alla nostra realtà è quella dell’I.T.A.S. (Istituto Tecnico Attività Sociali) Selmi di Modena, erede del vecchio Istituto Tecnico Femminile. Per noi, non si tratta solo di una pignoleria terminologica, ma di riconoscere il valore di percorsi formativi che cercano di essere adeguati alle esigenze e alle caratteristiche nella nostra società.

Per avere pareri dai diretti interessati abbiamo intervistato i ragazzi della nostra scuola. Noi volevamo sapere come si trovano in una scuola prevalentemente frequentata da ragazze e capire se le scuole possono definirsi femminili o maschili e perché. Innanzitutto è emerso che il Sigonio, paragonato anche ad altre scuole, ha un ambiente accogliente, sereno e ordinato proprio per la presenza di tante ragazze. Uno studente ha detto: “Loro sono più mature, hanno senso del dovere, sono socievoli, aperte e sempre pronte ad aiutare. Stare in una classe prevalentemente femminile mi ha aiutato: sono più sensibili, meno menefreghiste, attente ai particolari, mi hanno aiutato a diventare più profondo, nonostante a volte si rivelino irritabili e facilmente infiammabili.” Altri studenti hanno confessato di aver ricevuto aiuti in campo sentimentale e scolastico, ma anche di averne dati perché anche le ragazze, un po’ troppo “dolcemente complicate”, a volte non sanno come relazionarsi con loro. I più giovani hanno anche detto che le ragazze sono più portate allo studio, mentre i più grandi ritengono che sia solo una questione di impegno e serietà.

In conclusione tutti i ragazzi intervistati hanno scelto la scuola per il piano formativo e quindi possiamo affermare che non esistono scuole “femminili” e scuole “maschili” perché tutto dipende dalle attitudini e dagli interessi personali. O forse c’è ancora qualcuno che pensa che anche le discipline scolastiche abbiano un sesso…

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punto-e-basta (laly)

Aprile 27, 2008 · Nessun Commento

respiro a stento.

il cuore viaggia troppo veloce.

mi sorreggo, tra le mie braccia, e a poco a poco sento che sono nulla.

nulla in un mondo sconosciuto.

non conosco nessuno. non mi conosco.

e mi odio.

vedo gli altri apparire più grandi, più bravi, più intelligenti.

io, invece…

guardami!!! Sono una ragazzina che non sa ancora reggersi in piedi da sola.

sono una delle tante che gira in un mondo “tanto per fare”…

che schifezza!

che brutto!

dentro di me brucia la voglia di alzarmi e di urlare: “IO VIVO!”

ma più sento questa voglia, questo desiderio… più mi ritrovo in fondo

in ultima fila, con i perdenti, a prendere a calci noi stessi.

mi dicono che poi passa, che come sono passate tante cose, passerà anche questa.

ma il mio problema è un altro: perché devo sempre scappare, perché devo sempre aspettare che poi tutto passa; perché devo sempre giustificarmi, trovare un diversivo, illudermi che sto facendo bene, quando quella che sto portando avanti non è una vita.

perché?

chi sa trovare una risposta?

mi rendo conto di essere troppo infantile, troppo piccola, troppo scema.

non so reggere una situazione, non so parlare davanti a qualcuno, non so fare le cose che fanno “i normali”.

o “i diversi”, se li guardo dal mio punto di vista….

finisco sempre per logorarmi con domande inutili,

cerco un appoggio per mandare via queste psico-stronzate

provo a farmi coraggio,

ma a che prezzo…?

per vedermi ancora una volta in fondo al mucchio, chiusa in un cerchio nero?

perché finisco sempre col rendere la mia esistenza una merda?

PERCHE’???

aiuto…

non voglio vivere una vita di calci nel sedere e di frecciatine alle spalle.

ne ho fin sopra la testa…

…ma ho paura a reagire.

ho paura di farmi male, di più.

ho paura-punto-e-basta.

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