Domenica, 4/11. È iniziata come una serata assolutamente tranquilla e questa sera io ero di turno in emergenza.
Sono entrata in sede e mi sono appollaiata sulla solita sedia nel solito angolino, dopo aver firmato il solito registro delle presenze. Una specie di appello. In una sera diversa dalle altre. Aspettando le ragazze per la riunione pre-stage.
Ma il telefono bianco, quello che non dovrebbe mai suonare, quello che mi fa sussultare, che fa accendere l’ambulanza si mette a suonare. E io lo maledico perché significa che qualcuno ha bisogno di noi perché sta male e nello stesso tempo manca meno di mezz’ora all’appuntamento in sede con le ragazze.
Io vado nel panico come mio solito. Ma i ragazzi dell’equipaggio d’emergenza mi tranquillizzano come al solito.
E così partiamo in sirena verso una via introvabile. Diversamente dalle altre sere ci mettiamo 40 minuti per trovare la via. Quando raggiungiamo la strada troviamo una donna che ci viene incontro. Quando è illuminata dai fari dell’ambulanza mi rendo conto che è solo una ragazza. Avrà neanche 30 anni. Ci dice che è lei che ha bisogno di aiuto. La facciamo salire e chiediamo cos’è successo come di “protocollo”.
Ha le guance rosse e gonfie, piange ed è spaventata. Indossa una maglia rosa, sotto una tuta blu, sotto un giaccone nero. È rumena. Quando preparo il defibrillatore per prendere i parametri come di “protocollo” . Sento i ragazzi che le fanno le domande di “protocollo”.
Lei risponde solo.”Mio marito mi ha picchiata”.
Ma no, non è tutto…
Sotto il giaccone, sotto la tuta blu, la maglia rosa sottolinea la curva di un pancione che mostra una gravidanza di 6 mesi e mezzo.
”Non sento più il bambino”.
Questo non è di “protocollo”.
In altri casi avremmo verificato il suo stato di salute e comunicato con Modena soccorso. Ma qui non c’era niente da comunicare.
E così ci guardiamo negli occhi noi tre dell’equipaggio e l’autista.
Qual è il modo migliore per aiutare questa donna?
Mi metto a sedere accanto a lei mentre aspetto una risposta da qualcuno. La mia mano sotto i gunti blu prende la sua e la stringe. La stringe per tutto il viaggio. Fino a quando non arriviamo al Policlinico. Mentre si aprono le sbarre che come di “protocollo” ci permettono di entrare arriva la mia risposta.
”La cosa migliore da fare è l’unica cosa che hai fatto.”
Parlo con l’infemiera mentre il mio collega spinge la carrozzina con sopra la ragazza fino al reparto di ginecologia.
Poi me ne torno tutta zitta in ambulanza e compilo il modulo dei dati come al solito mentre ripercorriamo la strada per tornare a casa. Passo il resto della serata con le ragazze a parlare dello stage e con l’equipaggio. Tutto prosegue fra chiacchiere e risate ma a differenza delle altre sere, come invece dovrebbe essere, non riesco a staccarmi dallo sguardo di quella ragazza, dalle sue parole, dalla sua mano…
Noi non possiamo sapere più niente di loro. Tutto quello che possiamo fare lo facciamo dentro a quell’ambulanza. Poi deve tornare tutto come prima, per noi.
Certo, un inizio stage davvero insolito…



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